Pellegrinaggio in Cina guidato da don Marco Pozza
Una storia a cipolla
di don Marco Pozza
Quando l'Airbus A330-300 di Air China tocca la pista di Pechino, da poco ho chiuso l'ultima pagina del libro che ho tra le mani. Il titolo è semplice quanto poliedrico: Magnifica Humanitas. L'autore, Leone XIV, è l'uomo che, oggi, sta lì a tenere dritta la prua della Chiesa, novello Pietro. Parla, il racconto, di due città simbolo: Babele e Gerusalemme. La città della torre che compete con il cielo, la città delle mura da ricostruire. Nimrod e Neemia. Non immagino ancora, mezzo abbrustolito dal fuso orario, che quest'enciclica mi sarà guida, bussola, più della Lonely Planet messa in valigia: «La prima scelta non è tra un “si” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme». Pechino con la sua antica Muraglia o Shangai con la sua portentosa verticalità di ferro, di vetro: «Tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna» (n.9). Fuori dall'aeporto ci attende una delle civiltà più antiche del mondo, uno di quei miscugli di sacro e feriale che narrano del delicatissimo rapporto tra l'antico e il nuovo. Napoleone, dai banchi, si riaffaccia per un benvenuto: «La Cina è un gigante addormentato. Lascialo dormire perchè quando si sveglierà, il mondo tremerà». Al ritiro bagagli arrivano prima le valigie di no: l'efficenza sfida già la nostra presunta conoscenza di questa terra. Già racconta della precisione, della puntualità, addirittura degli anticipi e del sincronismo col quale la Cina accoglie il mondo tra le sue strade. Nel ventre astruso della sua storia: «In questi giorni vedrete tre città – ci avvisa la guida -, tre epoche. La Cina degli ultimi cinquanta anni (Shangai), degli ultimi cinquecento anni (Pechino), degli ultimi cinquemila anni (Xi'an)». Uno cipolla che, il tempo di percorrerla, manterrà la promessa.
Pechino. La città che travolge il suo visitatore: la solennità e la modernità, i suoi cinquecento anni di imperatori, la sua simmetria che ti lascia letteralmente a bocca aperta. Una storia che, ad osservarla da vicino, sembra ancora pulsare nelle sue antiche mura. Quelle della Città Proibita, del Tempio del Cielo e delle tombe Ming. La Grande Muraglia, una delle sette meraviglie dell'antichità: 1700 anni per costruirla, 8851 km di lunghezza, Percorrendola, sotto la canicola della calura, la vertigine dei gradini: “Che cosa cercavano di tenere fuori?” Sarà stata soltanto la paura dei Mongoli e degli Unni? Vitalità e raccoglimento, tradizione, futuro. E' la città della politica: il volto di Mao Zedong dappertutto, l'alter ego del nostro Cristo nelle chiese. Lo spazio di Piazza Tiananmen, il ricordo (proibito in Cina) dei fatti del 1989: il volto di quel “rivoltoso sconosciuto” davanti alla fila dei carri armati che qui, mistero della storia, giurano di non avere mai visto mettersi in quella posizione. “Non è mai successa questa cosa” giurano. In Turchia, anni fa, ci han spergiurato di essere all'oscuro di cosa fosse successo in Armenia tra il 1915 e il 1923. Anche a questo serve viaggiare: per veder quanti modi diversi ci sono di raccontare la stessa storia. A seconda di come soffi il vento. Mi sento a casa, davvero, di fronte alla tomba di Matteo Ricci: il genio di un gesuita il cui tentativo fu quello di “farsi cinese tra i cinesi”. Oggi riposa nel centro di Pechino: primo non cinese a essere sepolto nella Città Proibita. Venerazione urbanistica.
Xi'an, cinquemila anni di storia. Da qui partiva la Via della Seta: chiamarsi Marco, a Xi'an, è sentire il peso di un nome indossato da un avventuriero folle: Marco Polo. Tra statue antiche, focacce appena sfornate e carne arrosto – pure noodless larghi come cinture – a notarsi è la megalomania di un imperatore che era ossessionato dall'immortalità: a 13 anni iniziò a costruirsi il suo mausoleo. In vita trangugiò così tanti farmaci che, ironia della sorte, morì per quello. Di quel suo sogno, rimane l'Esercito di terracotta, definito da Jacques Chirac “l'ottava meraviglia dell'umanità” (siam in tanti a contenderci questo ottavo!). Vedere per credere: le pieghe dei vestiti, le suole delle scarpe, i nodi, le acconciature delle armature. Qui, sotto terra, la storia sembra riemergere da un momento all'altro. Fuori (dalla terra), la grande Moschea racconta l'incontro tra l'anima dell'Islam e l'estetica cinese: 1200 anni di storia dietro minareti che somogliano tantissimo alle pagode cinesi: «Siamo atei molto particolari» specifica una delle guide. A colpirmi, in questi giorni, non sarà mai la loro ostentata dichiarazione di ateismo ma la loro innata voglia di cercare, seppure a tentoni, di verso l'alto una libertà che, qui in basoò, sembrano pagare volentieri al prezzo di piccoli comfort, delle invisibili chimere. “A che pro – mi dico – questa ricerca del divino se sono atei?”
A Shangai – «Cina degli ultimi cinquant'anni» -, lo splendore dello skyline mozzafiato ricorda tremendamente il delirio di Babele: ad ogni angolo Pechino è una storia da raccontare, Xi'an è una storia da ricordare, Shangai è una storia da intravedere. Dall'alto della Shangai Tower, 128 piani e 630 metri (il più alto in Cina, il terzo più alto al mondo), la novella Pianura di Shinnaàr si contempla più luminosa: i cinesi, avendo fatto a meno di noi (di Dio) per i cinquemila anni che sono trascorsi, potranno continuare a fare a meno di Dio? Sfarzo, hotel di lusso, centri commerciali. Le macchine elettriche che rendono mute le strade intasate di traffico, la verticalità impressionante, il suo treno magnetico che supera i 400 km/h: perfezione, sincronismo, potenza assoluta. Quando entro nella Cattedrale di sant'Ignazio, solo qui mi sento veramente a casa a Shangai: i tre ragazzi che mi sono accanto, cinesi nei tratti e nell'accento, mentre pregano i Vespri parlano la mia lingua, fanno i miei gesti, non mi guardan strano. Mi sento proprietario di questa bellezza universale la cui ricchezza esteriore è solo un pallido rimando a quella interiore. L'apostolo Paolo, in questi giorni della liturgia, sembrava essere la “guida ombra” del nostro viaggio: «Soffro fino ad essere incatenato come una malfattore (per Cristo), ma la parola di Dio non è incatenata» (2Tm) Soffrono in questa terra i cristiani, c'è odore di catene e persecuzione. La vera notizia, però, è che «la parola di Dio non è incatenata». Parla sottovoce, viaggia sottotraccia. Da Shangai verso Malpensa, la notte restituisce il sonno perduto all'andata arrivando. Ripenso alla guida alternativa - la Magnifica Humanitas - che mi sono trovato in mano apparentemente a caso (“Mica posso non leggere l'enciclica del Papa!”). C'è Neemia, il suo coraggio di ricostruire le mura di Gerusalemme: «Si avverte l'urgenza di custodire, orientare tale aspirazione (la felicità) verso la sua verità più profonda». Nell'ultima messa celebrata (sotto traccia) dentro l'albergo, abbiamo intonato il solenne Gloria: «Gloria a Dio nell'altro dei cieli, pace in terra agli uomini e alle donne di buona volontà». Ancora una volta, l'accoglienza della liturgia cesella l'umanità custodendo ciò che le è più caro: la volontà buona. Un annuncio di buone notizie, al rientro: «La parola di Dio non è incatenata». Tra la Grande Muraglia e la Shangai Tower, c'è la (medesima) Magnifica humanitas.
don Marco Pozza
www.sullastradadiemmaus.it



